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Perché tuo figlio, con la febbre, dorme male?

Incubi, risvegli, pianti inconsolabili sono la norma quando un bambino malato ha la febbre alta. Scopri come garantire una notte più serena a bambini, mamme e papà.

Il calo della produzione di cortisolo, di notte, fa aumentare la temperatura corporea e il dolore associato alla febbre.

Queste condizioni rendono più probabili le cosiddette parasonnie, come crisi di pavor nocturnus o risvegli confusionali.

I bambini con la febbre passano spesso notti agitate. Hanno risvegli frequenti, si lamentano, a volte piangono inconsolabili e può accadere (quando sono un po’ più grandi), che facciano discorsi strani, in preda a un certo disorientamento. Si tratta di una situazione che, complice anche l’oscurità, la stanchezza e le ore piccole, può generare un clima di preoccupazione e incertezza sul da farsi. Dato che la semplice e generica raccomandazione di “non preoccuparsi” serve a poco, se non accompagnata da spiegazioni puntuali, è meglio chiarire come mai, di notte, la febbre può generare questo genere di fenomeni.

Di notte, la febbre sale fisiologicamente

La febbre segue i ritmi circadiani. In particolare quelli fisiologici della produzione di cortisolo. Quest’ultimo è un ormone che, prodotto a livello del surrene, svolge anche un’azione naturale antinfiammatoria e antagonista delle prostaglandine, sostanze coinvolte nel rialzo febbrile. Ebbene la produzione di cortisolo, che è massima nelle ore di luce, diminuisce con il fare della sera ed è minima la notte. Tale oscillazione, assolutamente naturale, determina due conseguenze importanti, quando c’è una malattia febbrile in corso: l’aumento della temperatura nelle ore notturne (fino a un grado di differenza) e l’incremento dei dolori, causati dalla produzione di citochine che servono a combattere le infezioni.

L’aumento della temperatura nelle ore notturne può innescare, nel bambino, alcuni disturbi del sonno, definiti parasonnie. Queste manifestazioni vanno assecondate e non combattute; sono destinate a passare da sole, nel giro di 30 minuti al massimo. 

E così si manifestano le parasonnie

L’aumento del dolore, della temperatura, dello stress di tipo psicofisico causato da questa situazione può innescare, nel bambino, alcuni disturbi del sonno, definiti parasonnie. In genere compaiono nella fase di sonno profondo, due o tre ore dopo l’addormentamento e il rischio che si verifichino diminuisce mano a mano che si va verso il mattino. Uno dei più diffusi, favorito dalla febbre, è il pavor nocturnus, che colpisce in genere in una età compresa tra 4 e 12 anni: il bambino grida o piange in preda a una inspiegabile disperazione o terrore, è sudato e rosso in volto, tachicardico. Non risponde ad alcuna domanda o stimolo da parte dei genitori e può anche (nei casi più estremi) tentare una sorta di “fuga” dall’ambiente in cui si trova. Una situazione un po’ meno drammatica (per mamme e papà) ma egualmente destabilizzante è quella dei cosiddetti “risvegli confusionali”. Si presentano soprattutto nei primi cinque anni di età e si manifestano con agitazione, pianti più o meno sommessi e con il rifiuto a qualsiasi tipo di consolazione e persino di presenza, come se il bambino non riconoscesse i genitori. Attenzione, però: anche se le manifestazioni sono eclatanti, il bambino non è cosciente. E infatti, al risveglio, non ricorda nulla di quanto accaduto.

Non sono deliri

Uno dei falsi miti che spesso accompagnano queste manifestazioni è che siano sintomi di una situazione che si sta aggravando. In realtà, come ben spiega una ricerca canadese, tali parasonnie sono assai diffuse, soprattutto quando la febbre supera il valore di 38.3°C e ancor di più se i genitori, da piccoli, hanno manifestato problemi simili. Le notti agitate sono piuttosto spiegabili come risvegli solo parziali dal sonno notturno, quindi, devono essere un po’ messe in conto e affrontate nel modo corretto.

I bambini non vanno risvegliati

Per prima cosa queste manifestazioni vanno assecondate e non combattute. Cercare di svegliare il bambino, scuoterlo, pensare di consolarlo come se fosse sveglio è, più che inutile, controproducente: come accennato, non è consapevole di quanto accada. Di conseguenza bisogna prendere atto che questa manifestazione è destinata a passare da sola, nel giro di 30 minuti al massimo (ma, nella maggior parte dei casi, molto meno). Vanno evitate anche spugnature fredde e interventi drastici, volti a risvegliare il bambino. Si deve invece parlare in maniera molto calma, con voce dolce e rassicurante, eventualmente proporre un bicchiere d’acqua. Le luci possono essere accese ma soffuse. Se il piccolo è molto accaldato, va alleggerito ma senza svestirlo totalmente e soprattutto bisogna vigilare per evitare che il piccolo, con qualche movimento brusco, si faccia del male.

Come prevenire queste “crisi” notturne

Più efficace è, invece, una strategia preventiva, che consiste nel cercare di tenere bassa la febbre nelle ore serali e soprattutto nell’idratare adeguatamente il bambino durante il giorno. La disidratazione, infatti, contribuisce all’aumento della temperatura e tale fattore può innescare più facilmente le crisi notturne.

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